Una scena raccapricciante e purtroppo ormai sempre più comune: la carcassa di un uccello marinosulla spiaggia, dopo esser morto di fame con la pancia piena di rifiuti di plastica. Si stima che otto milioni di tonnellate di plastica vengono scaricate in mare ogni anno e, nonostante la sua mancanza di sapore o contenuto nutrizionale, molti uccelli marini confondono questa plastica con il cibo.


Secondo una stima circa il 60% delle specie di uccelli marini di tutto il mondo mangia plastica, un numero così grande che suggerisce che gli uccelli selvatici non la mangino solo per errore bensì anche volontariamente. Abbiamo già parlato di questo problema nell’articolo sull’isola di plastica, ma perché lo fanno?

Secondo uno studio pubblicato su Science Advances questi uccelli non si rimpinzano di plastica indiscriminatamente o per errore, ma sono traditi dai sensi che li aiutano a procurarsi i pasti: per gli uccelli marini infatti la plastica ha lo stesso odore del loro cibo.




Quando i fitoplancton vengono mangiati dagli zooplancton producono una sostanza chimica che odora di solfuro, tale sostanza è chiamata dimetil solfuro o DMS. Non tutti gli uccelli marini possono sentire l’odore del DMS, ma alcune specie specializzate nel mangiare zooplancton (come ad esempio i krill) sfruttano quell’odore per individuare eventuali fonti di cibo.

Matthew Savoca, laureato all’Università della California di Davis che ha condotto un nuovo studio assieme alla sua consulente Gabrielle Nevitt, ricorda il momento in cui hanno capito che questa capacità potrebbe condurre gli uccelli in errore. “Ero uno studente al primo anno alla ricerca di un progetto su cui lavorare e stavo solo guardando alcuni dati sull’ingestione di plastica da parte degli uccelli marini, dicendo a Gabby quanto è triste”, dice. “Non ricordo chi l’ha detto prima, ma abbiamo pensato: ehi, mi chiedo se quegli uccelli possano sentire l’odore del materiale plastico. È stata un’idea molto interessante e ci siamo resi conto che avrebbe potuto portare a qualcosa.”

Albatro di Laysan morto con plastica nello stomaco

La plastica non odora come il plancton fin da subito, ma quando dei detriti di plastica passano del tempo galleggiando nel mare, la loro superficie può essere colonizzata da alghe o batteri che producono DMS. Col passare del tempo Savoca e Nevitt hanno ipotizzato che la “bio-pellicola” creatasi sulla plastica potrebbe produrre abbastanza di quella sostanza chimica per confondere gli uccelli in cerca di cibo.

Per verificare se la plastica produce abbastanza odore da attirare gli uccelli, Savoca e i suoi colleghi hanno iniziato immergendo borse di plastica in acqua di mare al largo della costa della California per un mese. Dopo averle recuperate le hanno portate in un laboratorio gestito dal Dipartimento di Viticoltura ed Enologia universitario, che dispone di attrezzature speciali per rilevare composti volatili solforati. Ogni singolo campione, compresi tutti e tre i tipi comuni di plastica che sono stati testati, ha prodotto quantità significative di DMS dopo solo un mese nell’oceano.

Il passo successivo è stato quello di confermare che essere in grado di sentire l’odore del DMS abbia gli reso uccelli più propensi a mangiare plastica. Guardando i dati provenienti da 55 studi di 25 diverse specie di uccelli marini dell’ordine dei Procellariformi (Procellariiformes), come il Petrello Azzurro, la Berta Codacorta e la Berta Grigia, il modello fu evidente: le specie sensibili al DMS ingeriscono plastica cinque volte più spesso di quelle che non lo sono.

Determinare se una particolare specie di uccelli marini è sensibile al DMS richiede molto lavoro, ma per fortuna l’evoluzione ha fornito una scorciatoia: le specie sensibili al DMS tendono a essere quelle che nidificano nelle tane. “Questi uccelli hanno un periodo di nidificazione che dura mesi o, in alcune specie, anche quasi un anno, quindi per un periodo molto lungo si sviluppano sottoterra, al buio quasi totale dove non ci sono indicazioni visive”, dice Savoca. “Sebbene non abbiano nessuna informazione di tipo visivo, la quantità di informazioni olfattive che ricevono è grande, in questo modo la parte del loro cervello che elabora gli odori si sviluppa tremendamente.”

Savoca si augura che la scoperta di questa connessione stimolerà gli sforzi per mantenere uno sguardo più da vicino sulle specie di uccelli marini più vulnerabili all’ingestione di plastica. “Spesso gli uccelli che nidificano nelle tane non sono ben controllati riguardo a questo problema poiché sono rari e difficili da trovare”, dice. “Ma ciò che questo studio dimostra è che dovremmo davvero fare uno sforzo maggiore verso il monitoraggio di queste specie in quanto corrono un rischio maggiore.”

Ma solo prestare maggiore attenzione alle specie più a rischio non è sufficiente, è anche necessario adottare misure preventive. Secondo Anne Gaskett e Megan Friesen della University of Auckland, autrici di una recente analisi per la conservazione degli uccelli marini, lo studio di Savoca “ci mostra che il vasto problema dell’inquinamento da plastica può essere affrontato”. Savoca vorrebbe anche vedere la sua ricerca incoraggiare gli scienziati che fanno ricerche sui materiali raccogliere la sfida di creare nuovi tipi di plastica con superfici meno ospitali per le alghe e i batteri produttori di DMS. Questo dopo tutto è un problema creato dall’uomo, quindi abbiamo noi la responsabilità di trovare una soluzione.

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