È risaputo che i corvi si comportano in modo strano attorno ai loro morti, radunandosi attorno ad essi ed emettendo rumorose vocalizzazioni; questo comportamento è stato spesso ipotizzato come una sorta di rituale funebre, tuttavia le reali motivazioni sono rimaste per lo più un mistero poiché gli scienziati avevano pochi fatti su cui basarsi.

Per questo motivo, diversi anni fa un team di ricercatori ha deciso di svelare questo mistero con degli esperimenti, i cui risultati sono stati pubblicati nel 2015. Questi esperimenti furono basati sul fatto che i corvi si ricordano dei volti che considerano una minaccia, capacità che è stata portata alla luce da John Marzluff dell’Università di Washington a Seattle, negli Stati Uniti.

Gli esperimenti hanno dimostrato come i corvi, dopo aver individuato una minaccia, trasmettano questa informazione all’intero stormo, i cui membri si sono ricordati della minaccia anche a distanza di anni.

Corvo che reagisce alla morte di un compagno

L’esperimento

La ricercatrice Kaeli Swift ha visitato un parco a Seattle per diversi giorni gettando delle arachidi ai corvi, che le hanno accettate e consumate molto volentieri e senza timore di avvicinarsi alla benefattrice.

Un giorno però, la Swift si è presentata indossando una maschera in lattice e parrucca a coprire il suo volto, ma non solo: stava portando con sé un corvo morto sottoposto a tassidermia. L’uccello è stato tenuto appoggiato sui palmi aperti, in modo non violento e senza ricreare una scena di morte.

Il primo corvo che l’ha vista ha dato l’allarme vocalizzando, seguito poco dopo dall’intero stormo che si è radunato nell’area. Kaeli Swift chiama queste manifestazioni “funerali dei corvi“, anche se non sono affatto l’equivalente delle nostre commemorazioni ma piuttosto un metodo dei corvi per apprendere di un pericolo, anche vicino, avvalendosi però della protezione data dall’essere in gruppo.

La settimana dopo Kael Swift è tornata al parco senza maschera portando altre arachidi agli uccelli. A differenza di prima però, i corvi sono apparsi piuttosto silenziosi e cauti, come se avessero imparato che c’è qualcosa di pericoloso riguardo quel posto. Alla fine le arachidi sono state comunque accettate dai corvi, che si sono comportati però con molta diffidenza rispetto a prima dell’avvistamento della persona mascherata col corvo morto.

Quando il giorno dopo la ricercatrice è tornata indossando di nuovo la maschera, seppur senza portare con sé nessun corvo morto, gli uccelli si sono radunati e hanno iniziato a gridarle contro, dimostrando di averla riconosciuta come minaccia. Secondo gli autori dell’esperimento, in questo caso il comportamento dei corvi potrebbe aver avuto diversi scopi: mostrare dominanza, scoraggiare il predatore o trasmettere l’informazione che quel posto e individuo sono pericolosi.

“Questo ci dice che i corvi considerano la morte, almeno in parte, come un ‘momento che può essere insegnato’ per prendere in prestito una frase antropomorfica. È un segnale di pericolo e il pericolo è qualcosa da evitare”, spiega Swift.

Fatto molto interessante è che la paura di una potenziale situazione mortale non abbandona i corvi, infatti anche dopo sei settimane più di un terzo delle 65 coppie di corvi presenti hanno continuato a comportarsi in quel modo.

Questi risultati evidenziano quanto sia importante la memoria per l’apprendimento e la conservazione dei dettagli dei volti umani. È un’abilità che aiuta i corvi a distinguere le persone pericolose da quelle innocue.

“Questo studio è un altro esempio di come i corvi si siano evoluti per vivere con successo con noi”, ha detto la Swift alla BBC Earth.

I corvi fanno ora parte del piccolo gruppo di animali in grado di riconoscere, e forse anche piangere, i loro morti. Anche elefanti, giraffe, scimpanzé e molte altre specie di corvidi sono stati osservati vagare vicino ai compagni defunti di recente.

Il video dell’esperimento